ALBANIA DOCET

Liberal n. 1/2000

Cara Mina, 
tra i risultati positivi che questa nostra umanità non potrà traghettare nel nuovo millennio c’è anche l’abolizione della pena di morte. Qualche anno fa ho raccolto firme a sostegno della sospensione della pena per Paula Jones. Quello fu un successo, ma nel frattempo molte persone, magari anche innocenti, sono state giustiziate. L’ultimo caso, al limite del grottesco, è quello di un americano che, poco prima dell’esecuzione, ha tentato il suicidio. Dopo essere stato salvato e curato, l’hanno fatto fuori. America docet?
Valerio A., Macerata

Le parole, con la loro indifesa piccolezza, non hanno il potere di cambiare la realtà, che resta aggrovigliata nonostante i pur nobili tentativi di districarne il senso. Anche le immagini, che recentemente abbiamo visto in televisione e che ci mostravano l’orrore delle esecuzioni capitali, sono espressioni di una tragicità solo raffigurata, che ci raggiunge sotto forma di un’emozione che ha la densità di un solo istante, per poi sparire nel risucchio del successivo stacco pubblicitario.
A che servirebbe, allora, aggiungere altre considerazioni sulla pena di morte? Solo ad allungare l’elenco delle parole inascoltate e sommerse dai risultati dei sondaggi d’opinione, che ci dicono che l’80% degli americani sostiene la necessità del boia e delle sue pratiche eliminatorie.
Tutto, ovviamente, nel pieno rispetto delle regole e nella scrupolosa osservanza del macabro rituale. Se vale il principio del “dead man walking”, e cioè del condannato che si avvia a piedi verso il patibolo, occorre che sia in buona salute o, per lo meno, capace di reggersi sulle sue gambe. Se il terrore della morte inflitta dallo Stato lo assale al punto di voler sfuggire al proprio destino con una morte procurata, interviene il servizio sanitario del carcere che provvede a prestare al mancato suicida tutte le cure necessarie per poter essere in salute per il grande evento. Ricostituenti e brodini caldi serviti da amorevoli aguzzini, fino a quando il medico avrà decretato che lo sventurato è in grado di sostenere il passo con sufficiente sicurezza.
Se America docet, qui si insegna solo il ridicolo. Con il piccolo insignificante particolare che si tratta di un ridicolo che sanguina. Il disprezzo per il carcerato non potrebbe essere più violento: non gli si riconosce neppure il diritto di disporre della propria vita, mentre invece è lo Stato o la presunta giustizia umana che rivendicano ed affermano il proprio potere dispotico.
Se America docet, meglio che ritorni alla scuola di Cesare Beccaria, che nel 1764 scriveva: “Questa inutile prodigalità di supplicii non ha mai reso migliori gli uomini. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi… Parmi assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio”. E Pietro Leopoldo, granduca di Toscana, applicò i principi di Beccaria, abolendo per primo la pena di morte nel 1786. Alla faccia di chi sostiene che siamo sempre in ritardo rispetto alle conquiste sociali d’oltreoceano.
Mi inquietano le percentuali bulgare di coloro che, negli Stati Uniti, ritengono necessaria la pena di morte per sconfiggere la criminalità. Al di là del fatto che le cronache dimostrano che il timore della sedia elettrica non costituisce affatto un deterrente, riemerge ancora una volta, in tutta la sua drammatica evidenza, la domanda se ci sia qualcosa che mi accomuna al boia e a coloro che lo sostengono. Abbiamo lo stesso cuore, siamo fatti della stessa pasta oppure diverse antropologie sono alla base di un così diverso sentimento di fronte alla vita dell’uomo?
Recentemente il tentativo dell’ONU di approvare una moratoria internazionale sulla pena di morte è buffamente fallito, anche a causa dei contrasti tra i paesi occidentali. Nel frattempo, dall’altra parte dell’Adriatico, in quella terra da noi considerata solo come fonte di immigrati e di scafisti privi di scrupoli, viene abolita la pena capitale. Non è poca cosa. È un importante segnale positivo. Ma la notizia viene riportata dai principali quotidiani italiani in uno spazio inferiore a quello dedicato alle previsioni del tempo. Eppure si tratta della modifica della Costituzione di una nazione avvenuta prima, rispetto a nazioni come Stati Uniti, Cina e paesi arabi. Dedicare un corteo popolare e un concerto canoro di qualche “impegnato” e due righe di giornale in più per congratularsi con l’Albania, lasciando da parte per una volta la polemica e la protesta demagogica, mi sarebbe sembrato efficace per sottolineare l’isolamento di superpotenze in cui si continua a morire per volontà dello Stato.

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6 Gennaio 2000

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