CHIAMATELE ILLAZIONI

Liberal n. 48/1999

Cara Mina,
in un tragico gioco al massacro delle nostre certezze, anche eminenti uomini di Chiesa vengono rinviati a giudizio e devono rispondere di accuse infamanti. Mi riferisco alla vicenda del cardinal Giordano che comunque, pur inquisito per usura e per illeciti finanziari, mostra sicurezza e attacca magistrati e giornalisti. Rimango fermo nella convinzione che un accusato sia innocente fino alla sentenza definitiva, ma un rovello irrazionale mi porta a propendere per la colpevolezza del cardinale. Che opinione ti sei fatta in merito?
Sergio C., Perugia

Era l’anno di grazia 1139. I vescovi cattolici, riuniti nel Concilio Lateranense II, definirono l’usura “detestabile e vergognosa”. Gli usurai, giudicati “infami” perché vittime di una “insaziabile rapacità”, dovevano essere privati della sepoltura cristiana. Attraverso una sanzione canonica veniva nuovamente espressa una convinzione antica: l’assoluta contraddizione tra l’amore a Dio e all’uomo e la ricerca spasmodica del guadagno illecito. Al punto tale che i cristiani non potevano nemmeno aprire banche, nel sospetto che anche gli interessi fossero classificabili come un’usura legalizzata.
Corre l’anno di disgrazia 1999. Un cardinale è inquisito per associazione a delinquere, usura ed appropriazione indebita. Il can can mediatico si è riproposto in tutta la sua banalissima ritualità. Le solite testate giornalistiche si sono lanciate nella consueta danza sciamanica intorno al sacro rogo e hanno gioito nel vedere il cardinale anti-usura beccato come l’ultimo dei cravattari. La procura di Lagonegro, solitamente occupata in questioni provinciali, diventa il Viagra di tutti i giustizialisti anticlericali. Come il pillolone azzurro che trasforma le virgole in punti esclamativi, i benemeriti PM lucani sono riusciti nell’impresa di destare i sensi di tutti i vecchi mangiapreti ancora annidati nelle redazioni dei giornali italiani. Tra i cattolici, invece, la prudenza è calata pesantissima: meglio temporeggiare, in attesa delle sentenze definitive. E le stanze vaticane stanno a guardare.
Non c’è vicenda italiana che non fomenti il vecchio malcostume di dover sempre sentenziare. Non c’è caso giudiziario che non si presti ad una riproposizione degli schieramenti preconcetti. Gli innocentisti e i colpevolisti “a priori” non aspettano altro.
Meglio non cedere alla tentazione di sentenziare. Meglio limitarsi solo a constatare. Certo, il faccione pacioso e vagamente orientale del cardinale non ispira una grande sicurezza. Potrebbe essere la perfetta immagine di certi esponenti del clero dileggiati nelle novelle di Boccaccio, come anche l’emblema fisiognomico del rassicurante salumiere sotto casa. Se, come si dice, “gli occhi sono lo specchio dell’anima”, non affiderei i miei risparmi alla curia napoletana. Ma, nonostante tutto, meglio fare un passo indietro rispetto a queste quasi-certezze, se si considera che il pur inquietante mostro di Milwaukee (ammazzava, faceva a pezzi le sue vittime e le metteva in frigo) era bello, biondo, con gli occhi azzurri e aveva un aspetto da bravo ragazzo, come uno di quei giovanotti con cui lasceresti tranquillamente uscire tua figlia.
Non so. Certo, se devo immaginare che un cardinale, che ha fatto la sua “carriera” nel nome di Dio e, con un alto imperativo cristiano, ha legato la sua vita a quella dei più deboli, diventi a più di sessant’anni un criminale macchiato da azioni orrende, vuol dire che non esisterebbe più il senso morale della esistenza. Potrebbe anche essere vero, su un piano puramente teorico, che il presule sia l’ultimo e il più tremendo di tutti gli strozzini. Ma se questa accusa corrispondesse alla realtà, vorrebbe dire che il senso della vita del cardinale sarebbe un non-senso. Vorrebbe dire che improvvisamente la follia o la delinquenza più serpentosa si sarebbero appropriate di quegli uomini che hanno dedicato la propria vita agli altri. Sarebbe veramente il crollo di ogni certezza. Vorrebbe dire che il sibilo demoniaco che esala dal denaro avrebbe finalmente vinto su ogni criterio o valore ideale.
Intanto, comunque, i sondaggi continuano ad assicurare che la Chiesa resta, dopo Polizia e Carabinieri, l’istituzione più stimata dagli italiani, molto più di tutti i palazzi della politica. E anche con l’onta di questa macchia che si espande da Napoli, reggerà il colpo. È passata attraverso i Borgia, certamente non morirà per un rinvio a giudizio.
Non so quando saremo finalmente tranquillizzati dalla sentenza definitiva. I tempi della giustizia italiana, forse per adeguarsi alla carica dell’inquisito, sono sempre più biblici. Ma anche quando il giudice farà calare il martello e dichiarerà che la seduta è tolta, rimarrà sempre il dubbio. La verità potrebbe essere da un’altra parte. Perché una cosa è certa: la verità, quella semplice e solenne, quella che ti farebbe capire tutto, quella che ti meriteresti, la verità non si saprà mai. Tu chiamale, se vuoi, illazioni.

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2 Dicembre 1999

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