Natalia Aspesi – Ecco Mina più grassa più bella e più brava

Di Natalia Aspesi – La Repubblica
04.07.1978

Lido di Camaiore – Mina torna a cantare in pubblico, dopo sei anni di lontananza e subito fa apparire meschine, assurde, due mitologie della nevrosi estiva di massa: è di un biancore luminoso, intatto e superbo, in mezzo a gente vergognosa del proprio pallore, fissata a inseguire abbronzature rugose e sinistre; è grande, opulenta, riccamente carnale, in una folla di disperati che puniscono il loro sogno di magrezza con un’alimentazione colpevole e instancabile e avviliscono i loro pensieri con calcolo di punti e calorie, raccolta di diete, disgusto del proprio corpo umanamente espanso.
Ha 38 anni, ed è sempre più bella, canta da vent’anni e canta sempre meglio. Capita questa curiosità: alla gente è sempre andata bene come era, va bene come è, l’hanno amata lungo la sua vita che corrispondeva alla vita, e non ai vuoti delle buone regole che spengono e imprigionano; l’amano adesso, con rispetto e forse, finalmente, senza più curiosità. Invece non è mai andata bene alla stampa, chissà perché: giornali specializzati nel moralismo diffamatorio, ma anche giornalisti sapienti e dignitosi hanno perpetrato, servendosi di lei, la continuazione di un costume minaccioso già superato dalla realtà, hanno lapidato giudicandola astiosamente, una condizione femminile che stava cambiando.
In un paese in cui un Presidente della Repubblica ultrasettantenne sarebbe considerato un giovanetto e in cui il fascino femminile cinematografico è rappresentato da signorine vicine ai cinquanta, la Mina, misteriosamente, a 38 anni, è descritta come anziana: vengono evocate rughe inesistenti e comunque simboliche della cancellazione di una donna in essa seppellita, come l’Aida nella sua tomba.
E non importa se le sue canzoni, tranne un paio, sono tutte nuove, addirittura inedite: ecco le sue coetanee decrepite, in platea, che l’applaudono freneticamente perché gli ricorda i loro tempi d’oro (probabilmente quando canta “Lacreme napulitane”, canzone emigrante fine Ottocento), adesso che si sa non hanno più speranze, la loro vita è finita, gli Uomini Non Le Vogliono Più!
La risata di Mina è fragorosa e sincera: “Che pazzi, che pazzi, vecchia a 38 anni! Sono qui che non ho ancora capito se devo cominciare a vivere o se è ancora troppo presto, insomma mi sento così bene, e poi non ho mai capito certe ossessioni. Le mie ossessioni semmai sono altre…”.                                                                                                                           “Una ossessione è proprio quella dei giornali. Ho una montagna di querele, non mi sono mai rassegnata al linciaggio ma non è mai cambiato niente. Non eravamo nel medioevo, eravamo nel ’63 e i giornali mi chiamavano pubblica peccatrice: un settimanale di informazione, importante, pubblicò una foto di me assieme a Corrado Pani, io avevo il pancione, aspettavo mio figlio, e ridevo: e la didascalia diceva “ma chissà cosa avrà da ridere…”. E poi mi cacciarono dalla televisione, allora, sempre perché aspettavo un figlio da un uomo sposato, e per quanto una se ne freghi, vada dritto per la sua strada, i segni restano, per lo meno la paura, l’orrore dei giornali, la difesa a tutti i costi di sé…”.
Il bambino adesso ha 15 anni e si chiama Massimiliano. Quando era piccolo, si chiamava Paciughino e il suo nome era sempre nei titoli che riguardavano la cantante: “E Paciughino non sa niente” e sotto Mina braccata con uomini noti e ignoti, Mina che sposava Virgilio Crocco, Mina che partoriva Benedetta, la bambina nata dal suo matrimonio: sempre colpevolizzata, prima come ragazza in attesa di un figlio poi come madre di un figlio.
L’altra ossessione è la gente, mostrarsi in mezzo alla gente. “Il fatto è che io non mi sono mai abituata a cantare in pubblico, ho paura di tutto, di dimenticare le parole, di inciampare e cadere come un sacco, ho paura che mi sparino, come in “Nashville” come in “Quinto potere”. Ho sempre pensato a questa cosa, che mentre canto qualcuno mi ammazza, è una sensazione schifosa che mi occupa tutta, quando sono lì che annaspo nei riflettori, e non vedo niente perché oltre tutto si sa che sono mezza orba, un occhio da 18 diottrie”.
Mina Mazzini vive a Lugano, con i due figli, di 15 e 7 anni, e i genitori: in questi anni ha vissuto in silenzio, incidendo un disco doppio all’anno, long-playing che hanno sempre venduto almeno 200 mila copie. “A Lugano ci sono andata soprattutto per i figli, perché potessero andare alle scuole pubbliche senza essere continuamente infastiditi perché li ho fatti io”.
Rimpiange la sua splendida adolescenza; rimpiange Cremona, i ristorantini, la bancarella sul fiume, l’allegria paesana che tenta di ricreare con i suoi amici e non riesce più a nessuno. “Leggo i quotidiani, seguo tutto, ma se dico come la penso, mi giudicano subito saccente”. E infatti guai se fa il nome di uno scrittore, subito si dice che “tenta il salotto letterario”. “E invece l’unica cosa che mi piace è proprio leggere, anzi rileggere. Adesso sono sprofondata in Joseph Roth, come si fa a non impazzire per uno così? Per il resto vita debosciata: sono pigrissima, non voglio fare niente, la ginnastica mi fa schifo, lo sport lo seguo alla televisione, soprattutto il calcio, la natura non mi fa niente, già un albero mi innervosisce, sto anche quindici giorni senza uscire di casa, mi piace giocare a carte, scopone e poker, chiacchiere coi pochi amici che ho. Riprovevole ma almeno sto quieta. Mi avevano offerto, per esempio, di andare a cantare a Las Vegas, bello magari, ma dovevo starci tre mesi: tre mesi di galera, lontano da casa, ci ho rinunciato subito”.
Eppure Mina deve aver voglia di tentare, adesso che forse i suoi amori non scatenano più i grandi inviati del sentimento, una vita diversa. Per tutta l’estate, ogni sabato canterà a Bussoladomani: progetta, silenziosamente, un programma televisivo su di sé, è interessata a film sullo spettacolo, come “L’ultimo Walzer” di Scorsese e “Ronaldo e Clara” di Bob Dylan. È per questo forse che è così brava, viva, aggressiva. Piena di passione si disfa a poco a poco, sul palcoscenico come dopo aver fatto l’amore, con violenza e felicità: il sudore le scivola sulla gola mentre canta “L’importante è finire”, libera il collo bianco dai capelli rossi madidi, mentre grida “Ricominciare, che senso ha”. Quando esplode, prima china su di sé, poi spiegata nel grande vestito nero “Io ti chiedo ancora, il tuo corpo ancora”, la gente si perde dentro un richiamo antico, carnale e teatrale. Il disagio di tanta furia amorosa, dimenticata nell’abitudine della finzione sessuale, è come uno schiaffo.

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