Giorgio Bocca – Il juke-box è troppo stretto per Mina

Giorgio Bocca – Il Giorno
11.12.1960

Stasera Mina ha una chioma folle e un abito su cui brillano paillettes. Pallida. Smagrita, gli occhi dilatati da un’ira nevrotica, la ragazza si torce le mani per vincere il disgusto degli sconosciuti che le respirano addosso.
Siamo in una sala da ballo alla periferia torinese. Con duemila e cinquecento lire a testa (quasi due giornate di lavoro) i giovanotti del quartiere si sono pagati, per un’ora, la presenza fisica della più famosa “urlatrice” d’Italia; i più fortunati, adesso, circondano il suo tavolino, sotto l’orchestra. Non ne posso più. C’è un caldo da soffocarci. Sei o sette tipi in giacchetta rossa fanno una musica assordante e sguaiata, fra roba che luccica, colori sgradevoli e cattivi profumi. Osservo i giovani che circondano Mina. Uno, in abito blu e cravatta d’argento, con un musetto da coniglio, sta fissandola sulla nuca, da un palmo di distanza, ebete, impudico e immobile, da alcuni minuti. Un altro le arriva con i suoi riccioletti un centimetro dal viso. Ogni tanto sorride e batte le palpebre. Intorno tutti tendono cartoline e foglietti per gli autografi implorando con voci roche: “firmacela, Mina, per piacere”. Un fotografo smilzo e spelacchiato non sa più che occhi allusivi fare mentre le chiede di sfilarsi la pelliccia dalle spalle. Poi fa il grazioso, mentre la prega di accarezzare una bambina, trascinata, chissà da chi, in quella bolgia.
“Ehi, voi”, dice Mina, “non vedete che schiacciate mia madre?”.
I giovanotti si fermano, si ritraggono di pochi centimetri. Il loro modo di guardarla lubrico e miserabile. Hanno speso, per starle vicini, quasi due giornate di lavoro.
Faccio capire a Mina che ho qualcosa da chiederle. Lei china il suo bel viso fra i bicchieri.                                         “Canterà ancora qui, domani sera?”.
“No”, dice, “Sarò a La Spezia”.                                                                                                                                               “Ogni sera in una città diversa?”.
“Quasi ogni sera, non ne posso più”.                                                                                                                                       “Ma a che scopo? Non è ricca come dicono?”.
“Sto pagando i miei peccati di impazienza. Ho un impresario che combina queste corvée, io devo starci”.                             Un tale, vestito di viola, è salito sulla pedana dell’orchestra e balbetta qualche frase per annunciare all’immenso antro, fumoso e rumoreggiante, la prima canzone di Mina.
“Mi aspetti”, dice lei lasciando cadere la pelliccia fra le mani di sua madre, discreta e taciturna ancella. Poi sale di corsa i gradini, afferra un microfono, risponde alle acclamazioni, agile, nervosa, con movenze feline.
“Vedo che fra voi ci sono molti giovani”, la sento dire, “sono sicura che andremo d’accordo”.                                                   Il discorsetto è banale e lei lo tira via con scarsa convinzione, come una cosa troppe volte ripetuta. Si direbbe, dai gesti, che sia impaziente di cantare. Infatti, canta come sfogandosi, tirando fuori, finalmente, con la voce, la stizza e la vergogna che ha in corpo, gettando la sua voce contro gli sguardi viscidi e patetici dei giovanotti, ammassati nell’antro.
Ascolto anch’io la sua famosa voce “intermittente come le luci del flipper” e con singhiozzi “che danno un brivido lungo”, secondo i suoi biografi.
Non sono un intenditore, ma questa voce mi piace. Calda, violenta, vera, essa ha il potere di riscattare anche un pubblico beota. Molti, nella sala, si sono alzati per seguire il suo canto. Improvvisamente puliti, vorrei dire casti, con gesti e sguardi vivi ed eleganti. Non c’è dubbio: Mina è uno di quegli esseri-motori a cui gli altri si uniscono per sentirsi sollevati, trascinati, riscaldati da un sangue più caldo, guidati da un udito più pronto, da un piede più rapido. Nella sua voce c’è qualcosa di simile a una droga innocente, capace di moltiplicare le forze, di ringiovanire lo spirito, di eccitare le energie vitali. Quando torna al tavolino per riposarsi le chiedo di parlarmi di questa sua voce.
“In che senso?”, dice lei.                                                                                                                                                         “Vorrei sapere se questo strumento vocale la soddisfa completamente. Vorrei sapere come lo ha costruito”.
“Non ci ho mai pensato”, dice.                                                                                                                                               Dove accadde il miracolo? Può darsi che reciti una parte, ma forse è sincera. In due anni di carriera tumultuosa deve esserle mancato il tempo di analizzare questo suo talento, capitatole addosso di colpo, come una malattia o come un miracolo.
Dove e in quale circostanza è difficile dire. La leggenda popolare si è impadronita a tal punto di questa ragazza che essa sopporta e subisce l’ambiguità di un’aneddotica quasi tutta inventata.
Dove accadde il miracolo della sua voce?
Lei fa un gesto vago, lascia che gli altri raccontino. “Una sera del ’58”, si narra, “era a Portofino. Marino Barreto la sentì cantare e…”. “Ma no, fu a Rivarolo del Re, durante una sagra paesana. Lei entrò nella balera, si avvicinò ai microfoni e…”. “Ad essere precisi accadde in casa di certi amici suoi a Cremona. C’era il pianista Pino Donzelli…”. Il razzo in giardino Mina non dà la sua autentica ad alcuna di queste versioni. Del resto, una vale l’altra. In tutte un ottimismo naturalistico vive e fiorisce in un ambiente provinciale di cremonesi al mare e di merende in campagna.
Mina, come la conoscono, come se la sono costruita milioni di giovani, è in sostanza una sana mangiatrice di tortellini che finge, talvolta, di essere un po’ beatnik, un po’ gioventù battuta. Le basta indossare un paio di blue-jeans e scompigliarsi la chioma. Non si chiede altro al suo tormento interiore. Poi può girare su una spider bianca, guadagnare milioni e vestirsi dalle sarte più raffinate.                                                                                                                             “Che c’è di vero”, le chiedo, “nella storia del razzo che lei avrebbe costruito con le sue mani e che sarebbe esploso nel giardino di casa sua?”. 
“Niente”, dice lei, “ma siccome era una buona trovata non l’ho smentita. La gente mi vuole svitata, pazzerellona. Così dicano pure che costruisco missili nel giardino di casa”.
Svitata sì, ma di buona ed agiata famiglia. Il padre piccolo industriale che si piega, burbero benevolo, ai capricci redditizi della figlia. La madre, così alla buona, così all’antica, una signora timida che si adatta a seguirla in tutte le mescite musicali della penisola, e persino a Roma, nella malfamata Cinecittà. Un fratello più giovane di tre anni che sta in collegio preda della gloria riflessa. Uno stuolo di ammiratori, dagli innamorati folli agli estimatori giudiziosi come il calzolaio Carmelo che insiste nelle sue lettere: “Stando in Sicilia mi dice lei come faccio io a vederla in presenza? Lei mi cerca un posto da lavorare al Nord così io, non appena ho il tempo disponibile, la vedo”.
Questi sono i limiti della “rivoltata” che piace alla gioventù italiana. Tanto più ammirata dagli studentelli e dagli apprendisti quanto più rapida e sostanziosa è stata la sua fortuna.
Qualche disco nel ’58, il successo in un concorso di giovani cantanti e poi nel volgere di pochi mesi la gloria travolgente dei juke-box, della televisione, del cinema.                                                                                                                             “Ha potuto rendersi conto”, le chiedo, “di una popolarità che le cresceva intorno con una virulenza epidemica?”.
“No”, dice lei, “tutto è avvenuto così in fretta. Dicono che ho messo il dito nella macchina e che ne sono rimasta presa. Che sono anche io un gettone da juke-box. Ma io, le assicuro, avrò la forza di tirarmene fuori”.                                             “Quando pianterà questa roba?”, le chiedo accennando ai patiti che stringono il nostro tavolino d’assedio.
Mina si alza. “Per favore” dice la sua voce imperiosa e i ragazzotti che stanno a grappolo sulla scaletta rotolano giù impauriti. Lei sale dignitosa sulla pedana, va a cantare gli ultimi singhiozzi, gli ultimi sussulti stabiliti dal contratto. “Ho le idee confuse”. Dicono che guadagni dalle quattro alle cinquecentomila lire per serate come questa. Mica male anche per una ragazza di buona famiglia. Comunque tutto funziona secondo un’agenda piena di improrogabili impegni: che è il destino abituale delle svitate tutte improvvisazione e gioia di vivere liberamente, quando hanno successo.
Se Mina è, come pare, una ragazza intelligente, essa avrà pur visto che sul libretto dei suoi impegni è segnato, a prossima scadenza, un momento decisivo per la sua carriera. Il momento in cui sprecherà il suo talento o riuscirà a fissarlo per sempre, trasformandolo in mestiere.
Lei è certo la prima a capire che il suo mito di cantante per i giovincelli finti frenetici mostra già la sua natura effimera. Il suo personaggio “autentico”, quello sciamannato della ragazza svitata, è già falso come quello dell’autentico” Brassens, con i capelli cadenti sulla fronte. E fra non molto la ragazza scoprirà i nuovi e inevitabili rapporti con il pubblico. Lei che lo ha conquistato con così poca fatica dovrà conservarlo, sopportare che ami degli altri, sentirsi derubata, tradita, trovare la forza per riguadagnarselo. Tutte cose che ne significano una sola: diventar sul serio una professionista della scena.                                                                                                                                                                                         “Mina, si è mai chiesta perché lei piace al garzone del droghiere come all’intellettuale?”.
“Credo di saperlo”, dice lei, “tutti capiscono che nel mio modo di cantare c’è un entusiasmo sincero”.                                   “Forse non si tratta solo del cantare. Ho l’impressione che attorno a lei si sia creata una aspettativa diversa e più grande. Gli italiani che amano lo spettacolo la osservano, vorrei dire, con una attenzione messianica. Eccola, si dicono, è quella che aspettavamo, la prima vera soubrette del dopoguerra: elegante con provocazione e gusto del barocco, spiritosa sull’orlo del sesso, spigliata in un mondo di falsi spigliati, dotata di una voce attraente, capace di riempire la scena. E alcuni la classificano già in modo prezioso, attribuendole una bellezza intoccabile, da moneta, una femminilità guerriera, da amazzone, da Bradamante”.                                                                                                                                                 “Lei corre troppo”, dice Mina con un sorriso stanco. “Io ho le idee confuse. Sin qui mi sono affidata soltanto al mio istinto. E poi, cosa vuole, sono così affezionata alla mia famiglia, alla mia provincia”.
Le stringo la mano, pensosamente, prima di lasciarla nell’antro fumoso. Fra i suoi grezzi ammiratori.
Lascio dietro di me nella bolgia una bella ragazza ricca di talento che può ancora scegliere: o una breve e fragorosa avventura o una lunga e interessante carriera; o il disgusto di queste stalle della musica o il fascino eccitante dei grandi teatri.
Se farà una buona scelta, come spero, ascolti questo consiglio: si liberi del complesso del cotechino, si sprovincializzi, dimentichi le passeggiate con le amiche sulla piazza del Duomo e i risotti di nonna Amelia. Impari ad essere professionista e cosmopolita. È il meno che si attenda dalla prima vera soubrette del dopoguerra.

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