LE FROTTOLE DI INIZIO GENNAIO

La Stampa n. 1/2011

Eccone un altro. Di anno. Primo gennaio, giorno di propositi, di promesse, di buone intenzioni, di parole date e, soprattutto, di speranza. Aspettative grandi e piccolissime. Sogni. Nel corso del tempo ho visto cambiare segni e significati che qualcuno mi aveva insegnato, che avevo imparato e che la vita mi aveva confermato come certi e immutabili.
I fatti, i gesti, gli sguardi non sono più gli stessi. Le parole non compongono affermazioni, il tempo dei verbi più usato non è l’indicativo presente, l’appuntamento è, per consuetudine, deserto. Come alibi, ci nutriamo di futuro. Non consideriamo la ricchezza del «progetto» vero, non abbiamo il coraggio di vivere l’attualità. Così non ci capita di programmare, ma piuttosto di rimandare. In un contesto di popolazione che invecchia a rotta di collo, che sta raggiungendo età matusalemmiche, che chiede garanzie per l’autosufficienza, tutti parlano di giovani. A volte mi domando se non sia uno scherzo. Brutalmente mi rispondo che si tratta di un grande imbroglio.
La promessa diventa l’unica espressione possibile. Inflazionata quanto si vuole, proviamo a godercela. Non andiamo per il sottile a decifrarne la consistenza. Pur sapendo che corrisponde a un debito, ci piace accumularne da fare indigestione.
La pace, l’amore, la non violenza, il ponte sullo stretto, il posto di lavoro, la redenzione, la pulizia, la calma, il sorriso saranno a nostra disposizione. Ma non adesso. Adesso c’è la loro promessa. Ce la facciamo bastare e non scrutiamo neppure più la sincerità negli occhi dei proponenti. Come i bambini, quando scartano l’uovo di Pasqua, speriamo che la sorpresa sia soddisfacente. Di solito rimaniamo perplessi, se non proprio delusi e, allora, ce ne facciamo una ragione. Ci accontentiamo di tirare randellate nel cioccolato. Mangiamo il guscio, indifferenti, compiacenti, pigri.
Quali sono i propositi per il nuovo anno? È meglio non addentrarsi negli ambiti retti dal Babau che non è molto interessato alla nostra felicità. Adoperiamo la sfera del privato per avvicinarci a quella concretezza di cui abbiamo bisogno. I giovani, prima di essere una imprecisata categoria di cittadini di uno Stato, sono i nostri figli e i nostri nipoti. Sono poco interessata a sentirne parlare ancora da qualche finto idealista, e provo a dedicare loro la comprensione vera. Il bacio del Buon Anno, in questo caso, non è una frottola imprecisa.

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2 Gennaio 2011

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