Sennuccio Benelli – La donna, e altre cose ancora

Di Sennuccio Benelli – Successo
03.01.1962

La “tigre di Cremona” e il meno conformista tra i registi italiani discutono qui del posto che la donna deve avere nella società: madre e moglie nella casa, oppure “quasi uomo”, e magari diva, fuori di essa?                                                         Prima di questo incontro Visconti e Mina non si conoscevano altro che di fama. Si ammiravano reciprocamente, ma non si erano mai stretta la mano. Visconti aveva sentito cantare Mina per la prima volta tre anni fa ad Ischia, quando la cantante cremonese, allora diciottenne, era ancora considerata una dilettante: di classe eccezionale, ma dilettante, una che cantava più per sé che per gli altri, che s’infischiava della “gente” e delle convenienze. Quando Raf Vallone, appunto n quel periodo, la invitò una sera a ballare Mina rispose di no.
“Perché?”, chiese stupito Vallone.
“Perché lei non mi è simpatico e quindi non vedo perché dovrei ballarci”.
“Ma se vuol far carriera – cercò d’insistere Vallone – deve avere rispetto per coloro che sono già arrivati molto più avanti di lei”.
“Non m’importa niente di fare carriera: io canto perché mi piace cantare e con lei non ci ballo nemmeno se me lo ordinano”.
Il dialogo di oggi fra Visconti e Mina dimostra come la ragazza che cantava tre anni fa ad Ischia sia rimasta fondamentalmente la stessa: una che canta più per sé che per gli altri. Visconti disse subito che quella dilettante aveva della stoffa. Il pubblico, ancora una volta, doveva dargli ragione e Visconti ha contribuito ad accrescere il “minismo” facendo ascoltare dischi di Mina in alcuni suoi film e in commedie da lui portate al successo.
Quest’incontro, in principio, aveva l’aria di mettersi male. Mina era appena ritornata da una breve tournée a Parigi ed a Vienna. In quei giorni a Sanremo infuriava il Festival; un festival della canzone senza Mina. I giornali avevano pubblicato la sua fotografia accanto a quella di Milva: lei mentre scendeva dall’aereo proveniente da Vienna, imbronciata, infreddolita, trascurata nel vestire, coi pantaloni infilati negli stivaletti imbottiti, una pelliccia troppo comoda per lei, fazzoletto in testa e occhiali neri; l’altra con la bocca troppo carnosa spalancata sul microfono, gli occhi lucidi di gioia, un’acconciatura folle ma di sicuro effetto.
Nella didascalia avevano scritto: “Le due grandi rivali. Il fatto che Milva abbia ottenuto a Sanremo uno strepitoso successo personale rende anche più significativa la defezione di Mina e la colora di un vago sapore di rinuncia al duello”.
 Che Mina fosse di cattivo umore lo aveva fatto sospettare anche la sua prima intenzione di rifiutare l’incontro con Visconti: “Sia ben chiaro – aveva detto – ho grande desiderio di conoscere finalmente Luchino, ma non in questo momento. Sono a Roma per pochissimi giorni; devo girare alcuni cortometraggi pubblicitari e non ho un minuto di tempo”.
Visconti, con quella classe e quella cortesia che sono proprie del suo temperamento, si è mosso lui per andare incontro a Mina. Si sono dati appuntamento all’ora di colazione negli studi dove la cantante lavorava. Tutto si è svolto come se fossero stati amici da sempre. In realtà Mina era di ottimo umore, felice come una ragazzina che ha marinato la scuola: non si sa se grazie all’inatteso incontro con Visconti, oppure perché del Festival – nonostante quello ch’è stato scritto – non gliene importa assolutamente nulla.
Da questo dialogo, sotto le domande esperte di Visconti, vien fuori una Mina autentica, veramente sconcertante ed imprevedibile, del tutto diversa dal prototipo della “piccola svitata” presentatoci fino a questo momento secondo una formula pubblicitaria troppo facile. La conversazione è cominciata a tavola, in una trattoria di campagna vicina a Cinecittà. Mina era vestita da scena, un costume ciociaro, ed aveva la parrucca.

 VISCONTI (più divertito che scandalizzato) – Ma come l’hanno combinata? 

MINA – Sono vestita più che altro da Lina Cavalieri: sì, più che altro. E bevo birra. 

VISCONTI – Le piace, almeno, la birra?

MINA – No, la detesto. Ma questo non devo dirlo, se no m’incolpano di fare pubblicità negativa.

VISCONTI – Le è piaciuta Parigi?

MINA – Detesto Parigi. 

VISCONTI (questa volta seriamente scandalizzato) – Come si può detestare Parigi?

MINA – La detesto perché la trovo guitta.

VISCONTI – Guitta?

MINA – Non sa che cosa vuol dire guitto?

VISCONTI – Un poco.

MINA – Ebbene: Parigi è guitta perché è troppo Parigi. Adoro la Spagna perché è provinciale. Sì, più che altro è provinciale, perciò è bella. 

VISCONTI – Lei dice sempre “più che altro”. Ieri, quando ci siamo parlati al telefono mi ha detto: “Io sono più che altro a letto”. Come si fa ad essere a letto più che altro? O ci si è, o non ci si è

MINA – Sarà. Ma uno può essere a letto con il corpo e con la testa chissà dove. Per non parlare del cuore. Come uno può scalare il Cervino con i piedi e con le unghie, ma nello stesso tempo starsene beatamente a letto con la mente. Non ha mai provato? Io non so mai esattamente chi sono, come sono, che cosa faccio, che cosa vedo, come sono gli altri e le cose che mi sono intorno. Provo sempre molte cose insieme. Per questo dico “più che altro” e sono sicura di non sbagliarmi.

VISCONTI (sempre più preso dal fenomeno Mina) – Interessante.

MINA (toccandolo) – Che bella stoffa questa giacca. Che bell’accendino (glielo prende dalla mano). Roba da ricchi. Mi offre una sigaretta?

VISCONTI (esegue) – Le do anche il bocchino col filtro.

MINA – Che lusso! Me l’avevano detto che lei è un signore. (Fuma avidamente come chi non è abituato ad usare il bocchino. Intanto osserva Visconti di nascosto facendo andare di qua e di là gli occhi sotto le ciglia lunghissime. Finita la sigaretta, butta via il mozzicone e fa per conservare il bocchino).

VISCONTI – Che cosa fa? Il bocchino usato puzza.

MINA – Non si può mica cambiare bocchino ad ogni sigaretta.

VISCONTI – Perché no? Io lo faccio.

MINA – Bisognerebbe girare con le tasche piene di bocchini.

VISCONTI – Infatti: guardi qui (tira fuori dalla tasca una manciata di bocchini)

MINA (finalmente perplessa, li conta rapidamente) – Saranno una ventina!

VISCONTI – E ne ho altrettanti nell’altra tasca.

MINA (parlando per conto suo) – Formidabile! Molto più divertente di come me lo avevano descritto.

VISCONTI (a bruciapelo) – Perché quest’anno non è tornata a Sanremo?

MINA – Ci sono stata una volta e stavo per diventare nevrastenica: non ci tornerò mai più. Detesto tutte le manifestazioni che si basano sulla speculazione in un furore collettivo. Detesto le mode. Detesto anche il divismo.

VISCONTI – Anche lei è un prodotto di divismo.

MINA – Anche lei.

VISCONTI – Io no: io, semmai, produco il divismo, non sono un prodotto di divismo. In ogni modo, anche se posso aver favorito il divismo di altri, l’ho fatto involontariamente perché le mie preoccupazioni sono sempre state diverse.

MINA – Nemmeno io mi preoccupo se sono o non sono una diva. Canto per me perché mi piace cantare. Il giorno che non mi piacerà più smetterò.

VISCONTI (cambiando argomento) – Che ne pensa di Fiumicino?

MINA (impassibile) – È un magnifico aeroporto. Peccato che d’estate ci faccia troppo caldo e d’inverno sia più nebbioso della valle padana.

VISCONTI (senza badare che Mina è completamente fuori) – Non parlo del campo. Mi riferisco allo scandalo.

MINA – Scandalo? Quale scandalo? Ci sono atterrata ieri e non mi sono accorta di nessuno scandalo. Mi sembrava tutto normale, noiosissimamente normale. 

VISCONTI – Non ha letto i giornali?

MINA – Non leggo mai i giornali. Non leggo nulla, nemmeno i libri.

VISCONTI – Perché?

MINA – Non ho tempo.

VISCONTI – Ma le tasse le paga?

MINA – Paga tutto mio padre.

Il primo tempo dell’incontro si è chiuso con una vittoria di Mina ai punti: Visconti s’era scoperto nell’intento di saggiare l’avversario. Durante il secondo tempo, avvenuto mezz’ora più tardi nel camerino di Mina, Visconti è passato brillantemente al contrattacco e questa volta hanno avuto ragione le sue consumate astuzie di vecchia volpe. Ma fino all’ultimo colpo il combattimento si è svolto con sportiva eleganza da ambo le parti.

VISCONTI (riprendendo ancora per pochi istanti il gioco di prima) – M’hanno detto che le piacciono soltanto gli uomini piccoli.

MINA (che adora giocare) – Non mi piacciono soltanto gli uomini piccoli: mi piacciono gli uomini piccoli.

VISCONTI – Per farne cosa? Per sgranocchiarli come biscotti?

MINA (indicandone l’altezza fra il pollice e l’indice alla Buscaglione) – Mi piacciono gli omini così per farne dei siparietti.

VISCONTI (con decisione improvvisa) – Veniamo all’argomento dell’incontro.

MINA – Qual è l’argomento?

VISCONTI – La donna. Ma sono ammesse le divagazioni. Vediamo, intanto, la donna e il lavoro. Cominci lei.

MINA – No: sarei troppo polemica.

VISCONTI – Perché lavora? In fondo, non ne avrebbe bisogno, perché la sua famiglia sta bene.

MINA – Non lavoro per lavorare: lavoro perché mi piace. Il lavoro è una cosa che ho scoperto dopo, quando ormai lavoravo già. Per me il lavoro è un hobby. Del resto, il lavoro per le donne è sempre un hobby, perché le donne sono un po’ patate.

VISCONTI – Non tutte. Senza contare che anche le patate sono buone; basta saperle mangiare. A me, per esempio, piacciono molto le patate lesse condite col burro.
Quanto al lavoro femminile considerato come hobby, questo oggi non è più vero. Ormai il lavoro è affrontato dalla donna come una necessità, per sentirsi allo stesso livello dell’uomo.

MINA – Per me è diverso: io sono legata, così, a questo cantare.

VISCONTI – Non giochiamo con le parole. Per lei cantare è ormai un fatto professionale. Secondo me lei rappresenta, anzi, la tipica aspirazione della donna  d’oggi: quella di lavorare per essere indipendente. Lei, per giunta, costituisce anche una eccezione alla regola: quella dell’artista che lavora per soddisfare un bisogno interiore. Ma ciò non vuol dire affatto che il suo lavoro sia un hobby, perché l’hobby è qualcosa fatto con la mano sinistra. Intraprendiamo così un discorso che potrebbe diventare molto grosso. Perché la società d’oggi spinge la donna fuori di casa? Perché la donna sente il bisogno di lavorare?


MINA – Eppure, per me, cantare, per quanto mi piaccia, resta un lavoro provvisorio. Non so ancora quello che farò quando sarò grande.

VISCONTI – Da grande? Perché, si sente ancora piccola?

MINA – Sì: ho avuto uno stop a diciott’anni, quando ho cominciato a lavorare. Ed ora mi pare impossibile che tutto debba finire così. Quello che faccio non mi sembra abbastanza aderente a me: dico a me vera, non quella che appaio.

VISCONTI – È vero: bisogna considerare che lei è molto giovane. Poi cambierà. Probabilmente si sposerà, diventerà una moglie, una madre di bambini.

MINA – Questo è indubbiamente importante per una donna, ma per me non è tutto. Penso, in sostanza, che quello che faccio possa essere soltanto un inizio.

VISCONTI – Forse lei pensa di poter diventare un’attrice.

MINA – No, perché, prima di tutto, non so recitare…

VISCONTI – Nessuno sa recitare all’inizio.

MINA – …e poi perché non sono abbastanza scaltra. Quando dico che non so recitare, voglio dire che non so recitare nemmeno nella vita. Gli attori fingono sempre: diversamente non potrebbero ripetere la stessa scena di dolore o di gioia ogni giorno per mesi e mesi, a volte per anni.

VISCONTI – Questa è una prevenzione sbagliata.

MINA – Non so come spiegarmi. Insomma: io non ho sogni, non riesco ad immaginarmi in cose. Però sono sempre alla ricerca di cose nuove e diverse.

VISCONTI – Vuol dire ch’è insoddisfatta.

MINA – Tutt’altro: a me piace molto il mio lavoro.

VISCONTI – Non è facile capirla.

MINA – Mi piace il lavoro che faccio, ma non ho margini.

VISCONTI – Lei dà importanza all’amore, o no? Parliamoci chiaro.
                                                                                    MINA – Moltissimo. Secondo me è la cosa più importante della vita.

VISCONTI – Ecco: perciò lei pensa che nella sua vita può incontrare una svolta decisiva attraverso l’amore. Quindi il suo problema non riguarda la sua personalità d’artista, ma la sua personalità di donna.

MINA – Certo: ma in me la donna che ama è diversa dalla dona che lavora.

VISCONTI – Questo non lo credo. Un giorno, forse, la donna che ama distruggerà la donna che lavora.

MINA – Sarà giusto, onesto e meraviglioso. Però esistono ugualmente due persone in me.

VISCONTI – Per il momento, ma ad un certo punto una delle due donne finirà per mangiarsi l’altra. In altre parole: può darsi che un giorno l’artista si sacrifichi per far posto alla donna che ama, alla moglie, o all’amante. Diciamolo pure, tanto non siamo in televisione.

MINA – In altre parole: il mio è “un aspettare di arrivare a”.

VISCONTI – Ecco che affrontiamo, così, il secondo tema fondamentale: la donna nella famiglia. Ciò che lei dice mi fa molto piacere, perché contraddice quella che purtroppo oggi è la realtà più corrente della donna nella società moderna: un tipo di donna che ha dimenticato i suoi primi doveri, la ragione stessa di esistere, la sua missione naturale. Con la sua concezione, invece, Mina, lei ricolloca la donna in quelle che dovrebbero essere le sue vere funzioni in una società più evoluta e matura, quindi più vicina alla tradizione di quanto non lo sia la società presente, ancora in via di trapasso. Cioè: secondo lei la donna può anche avere una professione, può essere un’artista; tuttavia, deve mettere al di sopra di tutto certi compiti che consistono nell’essere un’amante, una moglie, una madre, probabilmente, e così ricreare nella sua integrità tutto quello che fino a un secolo fa è stato il solido gruppo della famiglia. Questo secondo me è molto importante perché la società cammini. Quando non esiste la famiglia non esiste più nulla.

MINA – Sono d’accordo.

VISCONTI – Quindi, secondo il suo pensiero che trovo giustissimo e perciò voglio ripeterlo, una donna può essere un’artista – parlo di lei come parlerei della Callas, di una pittrice, di una scrittrice, o di qualsiasi altra grande artista – ma ad un certo punto si accorge di essere l’altra, cioè quella vera, e cioè, esattamente, la donna conservatrice del gruppo familiare. Com’era in origine. Un tempo la donna aveva una funzione nobilissima ed indispensabile nella casa, che nessuno si sarebbe sognato di disprezzare. In seguito, con il progresso, la donna è diventata la grande segregata: segregata sostanzialmente senza alcun motivo, al di fuori di quello di essere esclusa dalla vita dell’uomo. A questo punto non poteva mancare la rivoluzione della donna.
Ma, fuori l’uomo, fuori la donna, la casa come nucleo familiare è diventata inesistente, col conseguente disordine di tutta la società. Chi soffre di più di questo stato di cose sono i giovani e i vecchi perché nessuno pensa a loro. Con la fuga della donna dalla casa, è venuto meno l’amore, l’affetto, la conversazione di fronte al focolare, perfino la cultura ne risente. Per questo è tanto diffuso il terrore d’invecchiare.

MINA – Penso che abbia ragione. Per questo quando vedo un vecchio mi fa tanta pena: esattamente come un bambino abbandonato per la strada.

VISCONTI – In certi stati si è corsi ai ripari. Nei paesi socialisti, per esempio, mentre da una parte si tende a ricostruire la famiglia sulle basi più tradizionali, dall’altra si provvede a curare le conseguenze della vita moderna con forme di assistenza ai bambini, ai vecchi, agli ammalati. Cioè, lo stato interviene dove la famiglia è carente.
Non così ovunque. L’esempio più disastroso del disordine sociale nella famiglia è quello dell’America. In America, l’uomo va da una parte, la donna dall’altra, il divorzio si ottiene con troppa facilità, le coppie si riformano in continuazione, i bambini abbandonati non sono più figli di nessuno. Anche in Italia ci si avvia a grandi passi verso questo caos, perché si guarda più alle mode degli altri che alle nostre vecchie usanze.

MINA – Io mi sento soprattutto lombarda, esageratamente lombarda, tanto da diventare qualche volta campanilista. Ho avuto questa coscienza specialmente da quando ho conosciuto il Sud.

VISCONTI – Anch’io mi sento profondamente lombardo, però mi auguro di sentirmi sempre meno lombardo: non nel senso che io possa non amare più la mia terra, la mia Milano, ma nel senso che le differenze che separano alcune parti d’Italia vadano a poco a poco scomparendo.                                                  

MINA – Non sono cose che dipendono da noi.

VISCONTI – Dipendono un po’ da tutti. È una situazione scritta nella storia del nostro paese. Io amo molto il Sud e cerco di capire tutti i terribili problemi del Mezzogiorno. Me ne sono occupato in diversi film e ancora una volta, con “Il Gattopardo” che mi accingo a realizzare, affronterò un problema fondamentale del Sud, ch’è quello dell’unità d’Italia. Quelle parti d’Italia che si trovano in condizione di privilegio, devono imparare a conoscere e a capire il Mezzogiorno. Se i loro problemi, che sono un po’ sulla coscienza di noi tutti, fossero più affettuosamente capiti, sarebbe anche più facile risolverli.

MINA – È esatto: prima di cominciare a lavorare, prima di uscire dalla mia ristretta cerchia lombarda, ignoravo addirittura l’esistenza del Sud. Per questo è giusto quello che ha detto lei: devono essere più affettuosamente capiti.

VISCONTI – Il nostro “lombardismo” non deve farci dimenticare le condizioni in cui sono state tenute le regioni del Sud in questi ultimi cento ani. Certe abitudini tipicamente locali, che differiscono da una regione all’altra, certi modi di pensare, di amare, di mangiare, rimarranno sempre, ma questo fa parte del fascino di un paese. Ma per altre cose siamo perfettamente d’accordo, tanto a Sud quanto a Nord. Lei, Mina, per esempio, è certamente applaudita con lo stesso calore a Milano come a Palermo.

MINA – Oh! A Palermo molto di più.

VISCONTI – Lo vede?

MINA (inseguendo il suo pensiero) – Vuol sapere che cosa penso di lei?

VISCONTI – Forza! Vuoti il sacco. Poi io farò lo stesso con lei.

MINA – Avevo già tanto sentito parlare di lei, molto bene, devo dire.

VISCONTI – E anche molto male.

MINA – No: esageratamente bene. Me lo immaginavo come una specie di stregone meravigliosamente colorato, quasi un personaggio di fiaba.

VISCONTI – L’orco!

MINA – No, affatto. L’orco è cattivo, lo stregone è quello che prima o poi finisce per influire sull’opinione degli altri. E lei è esattamente come lo immaginavo, ha fatto con me quello che temevo: ha finito per piegarmi a molte convinzioni che erano già in me senza che me ne rendessi conto. Quando s’incontra per la prima volta una persona della quale si è tanto sentito parlare, si ha quasi paura di conoscerla perché si teme di andare incontro…

VISCONTI – …ad una grande delusione.

MINA – Ecco.

VISCONTI – E questa delusione non c’è stata del tutto.

MINA – Non c’è stata affatto. Ho trovato un Visconti molto, molto, esageratamente simpatico, molto caro. Una specie di… non vorrei dire semidio, ma insomma molto vicino.

VISCONTI – Una specie di nonno.

MINA – Che c’entra il nonno? Un personaggio come lei non ha età.

VISCONTI – Ora le dirò che cosa penso di lei. La vedo come l’ho vista la prima volta tre anni fa ad Ischia, un personaggio straordinario, affascinante, una specie di mostro.

MINA – Ora si vendica per lo stregone: ma io lo dicevo in senso buono.

VISCONTI – Anch’io. Voglio dire: un mostro del ritmo. Ho trascorso serate intere ad ascoltarla, quando lei non era conosciuta. Quando sentii per la prima volta la Callas cantare “Norma”, dissi: “questa diventerà la più grande del mondo”. Così quando sentii per la prima volta Mina pensai: “Quando si accorgeranno di lei, figuriamoci come le monteranno la testa”. Invece, devo riconoscere che Mina non s’è affatto montata la testa, ch’è sempre la simpatica ragazza d’una volta, nonostante abbia raggiunto la celebrità. Ormai il “minismo” è diventato di moda: a me il merito d’averla scoperta fra i primi.

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