RIDATECI IL MAGO ZURLÌ

Liberal n. 46/1999

Cara Mina,
la forza delle immagini televisive che penetrano nelle nostre case è tale che non so come difendere me e i miei figli. Non c’è orario in cui si possa stare tranquilli. Non è solo la violenza esplicita che mi preoccupa, ma anche il vuoto assoluto che emana dalla tv. Ultimamente ho dovuto chiudere gli occhi di fronte alle immagini di una madre che picchiava con cattiveria inaudita il figlio di pochi mesi. Perché dobbiamo continuare a subire queste continue violazioni del buon gusto e del buon senso?
Roberto T., La Spezia

Le tendine di Carosello o la sigla premonitrice della serie degli spot pubblicitari o la sovrapposizione della scritta “messaggio promozionale” sono conquiste alla decenza e al rispetto. Sto aspettando la stessa attenzione per le scene di violenza. Etichette come “violenza fisica”, “violenza spirituale”, “violenza intellettuale”, “violenza ideologica”, con specifiche relative all’età dei violentati o al sesso o alla categoria in questione, potrebbero essere passi verso la libertà di zapping o anche la libertà di partecipazione da parte di eventuali voyeurs in particolari momenti erotici sadomasochistici.
Personalmente la violenza non mi fa paura, mi fa schifo, e mi basta pensare e partecipare a quella che privatamente ciascun essere umano deve sopportare per vivere o per sopravvivere. Odio l’assalto improvviso dell’immagine a scopo intimidatorio con il ditino supponente e arrogante del moralismo stronzo che ti ammonisce: “Devi guardare, che ti fa bene”. C’è più violenza nel trabocchetto ideologico ordito alle spalle di vittime impreparate che nel contenuto di una esecuzione programmata, discussa, anche se discutibile, di una pena di morte.
Ma la beozia polimediatica continua ad attuare la sua opera di cerebrolesione. Ci stanno succhiando anima e cellulite. Una delinquenziale liposuzione del cervello, un’azione subdola che sta portando alla creazione di una nuova umanità burinica, un livellamento delle nostre sinapsi che qualcuno vorrebbe riprogrammare per renderci tutti abitanti a pieno diritto del “villaggio globale”. Di quel villaggio di cui mi vanto di essere la più grande scema, che non vuole partecipare a questo mostruoso rito di rottamazione dell’intelligenza.
Ormai non sono più nemmeno dei leggeri flussi evanescenti, quelli che sento fuoriuscire dal tubo catodico. Qui si tratta di bordate che spaccano il monitor. Corpi eviscerati, morti in diretta, violenza gratuita, assieme ad ammucchiate di racconti di casi umani, in cui il nonnetto favoleggia di palpeggiamenti alla fidanzata del nipote oppure l’adultera uccellomane si eternizza nei salottini televisivi.
Quando accendo il televisore, vorrei essere avvertita di quali schifezze metafluide si stanno per riversare in casa, in modo da poter almeno preparare una maschera antigas, di quali banchetti di burinismo cafonico stanno per vomitare, così da ricorrere a qualche antidoto.
Sono arrivata al punto di invocare a gran voce i balletti delle Kessler o, in mancanza d’altro, i pianti della Milo o i manicomiali “sifacciaunadomandaesidiaunarisposta” dell’inconsapevole Marzullo. Preferirei rivedermi tutte le mitiche puntate de “La nonna del corsaro nero”. Aridatece il mago Zurlì.
No: la vita, la morte, il pianto, l’amore sono realtà uniche ed irripetibili, caratterizzate da un’assoluta singolarità ed irriproducibilità. Quando vengono riproposti e scagliati in faccia, tutti questi fatti si riducono a una rappresentazione, diventano icone pallide e semplicemente inutili. Il mezzo strumentalizza ed elimina la verità del fatto. Rimane solo la provocazione, che ha come contrappasso lo svuotamento della realtà che si vorrebbe presentare. Dopo aver visto tre cadaveri o qualche suicidio in diretta, siamo già anestetizzati e la sequenza della immagini, pur orrende, deforma e distorce la nostra percezione, al punto che non ci fanno più alcun effetto.
Gli strateghi della manipolazione mentale, sotto la veste di novelli stregoni della scomunicazione, scodinzolano sinistramente, perché continuano a perpetuare la nuova mitologia dell’artificio. E l’esanime tubo catodico, che sputa mostri a getto continuo, trasforma in carcasse i poveri indifesi che si sottopongono alle sue radiazioni.
Voglio vedere il culo della Carrà, piuttosto.

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18 Novembre 1999

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